Seconda Camera civile Tribunale d’appello, 12.2016.197 del 7 maggio 2018 (appello)

Art. 6, 5 cpv. 2 e 4, 3 LPar – disdetta discriminatoria il giorno del rientro dal congedo maternità

Istoriato: Assunta nel 2008 come assistente marketing, ad inizio 2014 la lavoratrice ha dato alla luce la sua terza figlia e a fine aprile ha ripreso il lavoro dopo il congedo maternità. Lo stesso giorno la datrice di lavoro le ha consegnato una lettera con cui la licenziava e un contratto di disdetta. La lavoratrice ha subito uno scompenso ansioso-depressivo ed è rimasta inabile per 6 mesi.

Sentenza di primo grado: Con sentenza del 25 ottobre 2016, la Pretura ha respinto la richiesta di indennità per disdetta abusiva e discriminatoria, ritenendo che l’attrice non avesse reso verosimile il licenziamento discriminatorio mentre la convenuta avrebbe provato – tramite testimonianze – che il licenziamento dell’attrice fosse stato deciso per questioni relative alle prestazioni lavorative prima ancora di conoscere la gravidanza.

Il Tribunale d’appello ricorda che l’art. 6 LPar alleggerisce l’onere della prova nel senso che l’esistenza di una discriminazione fondata sul sesso è presunta se la persona che se ne prevale la rende verosimile. Non è quindi necessario che il giudice sia pienamente convinto della fondatezza degli argomenti avanzati, basta che egli disponga di indizi sufficienti per ritenere possibili le circostanze allegate, senza escludere conclusioni diverse.
Censura quindi il fatto che il Pretore aveva escluso la verosimiglianza di un licenziamento discriminatorio fondandosi sulle sole deposizioni testimoniali, senza tenere conto del fatto che la lavoratrice era stata in malattia gli ultimi mesi della gravidanza e che è stata licenziata il giorno stesso del suo rientro dal congedo maternità, sottoponendole pure un contratto di disdetta. Ritiene verosimile un licenziamento discriminatorio, anche perché in precedenza non le erano stati mossi veri e propri rimproveri sulle sue prestazioni lavorative.
Il Tribunale d’appello esamina quindi se la datrice di lavoro avesse fornito la prova completa per l’esistenza di motivi oggettivi: constata che i rimproveri mossi dalla datrice di lavoro alla lavoratrice non hanno trovato riscontro negli atti. Le critiche della direzione sono sorte dopo che la dipendente aveva chiesto un adeguamento dello stipendio, le lamentele erano solo generiche. Appaiono dunque un mero pretesto per giustificare successivamente il licenziamento. Dall’analisi dell’istruttoria nel suo insieme non emerge la prova piena che la datrice di lavoro avesse avuto motivi oggettivi per licenziare la dipendente: è quindi venuta meno al suo onere della prova.

Soppesando tutte le circostanze, tra cui le pregresse difficoltà finanziarie della lavoratrice, il comportamento della datrice di lavoro e il fatto che il licenziamento fosse giunto all’improvviso e ha avuto importanti conseguenze sulla salute della dipendente, il Tribunale d’appello riconosce quindi un’indennità pari a ca. quattro mesi di stipendio lordo, da versarsi integralmente.

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